Ma quanto è diffuso lo spaghetti marketing?

In questo post vorrei esprimere tutto il mio disappunto per la pratica del cosiddetto spaghetti marketing, ovvero produrre la maggiore quantità possibile di contenuto e spiattellarlo ovunque senza ritegno e spesso senza senso. Mi è capitato di recente di far parte di progetti che comprendevano presenza su facebook e sono rimasto colpito da quanto questa pratica sia non solo condivisa, ma soprattutto richiesta dai committenti.

Prendi una campagna qualsiasi su facebook: uno spaghetti marketer che si rispetti sta li tutto il giorno a postare qualunque cavolata pur di piazzare il link o il riferimento al suo prodotto. A fine giornata si continua a chattare e in riunione si dichiara orgogliosamente: “ieri ho postato il link su cinquanta gruppi diversi!” e tutti a dire dai ragazzi, se lo facciamo tutti per due mesi raggiungiamo l’obiettivo. La logica è: quanta più attività fai tanto maggiori saranno le possibilità di guadagnare contatti e quindi clienti.

Il risultato? Io non ce l’ho fatta e sono uscito dal progetto. Con la tecnica dello spaghetti marketing in dieci giorni si è arrivati a duemila iscritti al gruppo creato per lanciare il prodotto ma nessuna interazione all’interno, nessuna discussione, nessuna condivisione di idee o di esperienze, nessun rapporto reale. Mi chiedo: se non c’è questo, a che serve un gruppo su facebook? Infatti non è servito praticamente a nulla, nessuno di quei profili si è trasformato in un cliente.

In questo modo non ci sono conversazioni, i profili facebook (ad esempio) sono solo dei profili e non delle persone. Come si può credere che si trasformeranno in clienti senza dare alla comunicazione un senso compiuto?

Tirando spaghetti sui muri di ogni social network sicuramente si può ottenere visibilità, ma di sicuro non clienti. Inoltre, siamo sicuri che non danneggi il prodotto reclamizzato anzichè favorirlo?