Oltre la decenza…

Mauro (nome di fantasia) è uno dei miei 15 collaboratori, ha 55 anni, 36 di servizio in azienda, licenza elementare, 1.700 euro di stipendio mensili. Mauro è incazzato nero perchè l’azienda gli ha ridotto una indennità di oltre 60 euro. Me lo fa pesare tutti i giorni. In effetti quelli delle risorse umane hanno utilizzato una interpretazione un pò fiscale del contratto, cercano di risparmiare costi come non mai. Io sto proponendo loro di prendere in considerazione l’aspetto organizzativo oltre che quello meramente contrattuale, cercando di far capire che il ruolo di Mauro è importante, nonostante tutto. Ed in effetti lo è davvero.

Dopo il taglio, lo stipendio di Mauro è di circa 1.640 euro. In aggiunta, Mauro vuole la promozione a settimo livello perchè il suo lavoro in altre parti d’Italia, nella stessa azienda, lo fanno anche settimi livelli. Per questo Mauro si dichiara demotivato e non accetta di svolgere alcune mansioni tipiche del processo in cui è impiegato, tra cui l’inserimento di dati (pochi) nel software di controllo, utilizzando il pc. Mauro svolge il lavoro in turni rotativi da 7 ore e dodici e questo gli dà la possibilità di avere tempo per svolgere una seconda attività, un negozio di informatica.

“Antonio – dice – non ce l’ho con te, ma l’azienda non può continuare a calpestarci così, togliendoci la dignità, riducendoci lo stipendio all’osso in tempo di crisi”. Mauro, come i suoi colleghi, ha un nastro lavorativo obiettivamente largo. Per fare il suo a ciclo completo basterebbero in realtà 5 ore effettive di lavoro, così di fatto è come se avesse una pausa caffè di quasi due ore per ogni turno. Eppure si sente demotivato con 1.700 euro al mese, pensione assicurata, contributi e seconda attività da imprenditore.

Michele è un mio amico, 31 anni, ingegnere civile, genio della matematica, grande programmatore in php, precario. Nella stessa giornata fa un turno di lavoro al call center, tiene la contabilità ad un negozio di materiale elettrico e fa qualche ripetizione di matematica, appunto. Guadagna 940 euro al mese, proprio come il Moretti di “Generazione 1000 euro” e sta per sposarsi. Michele farebbe il lavoro di Mauro ad occhi chiusi, anzi camminerebbe in ginocchio per farlo. Darebbe un contributo infinitamente migliore, farebbe proposte per innovare il processo e avrebbe un rispetto indescrivibilmente più alto per il cliente finale. Michele è abituato a lavorare bene perchè sa che solo la qualità del suo contributo può portargli altro lavoro e quindi stabilità e crescita. Michele verrebbe a fare il lavoro di Mauro anche col 20% in meno di stipendio, anzi sarebbe comunque una salvata per lui e la futura neo-moglie. Michele, non riesce a pagare le bollette, Mauro fa l’imprenditore.

Michele smette di lavorare alle 22 tutti i giorni e non ha un momento di sosta, Mauro nel suo turno ha almeno un’ora e mezza di pausa caffè. Mauro si rifiuta di accendere il pc perchè non ha fatto nessun corso di abilitazione, anche se da casa scarica i film da emule per tutti i colleghi, ha lo smartphone più figo e va regolarmente su facebook. Nella sua pausa caffè Mauro si informa sulla pensione e chiede all’azienda un incentivo per andare via, da 30 a 50 mila euro. “Se non mi danno quello che dico io – dice – rimango al lavoro fino a 65 anni a non fare un cazzo!”

Morale: non voglio generalizzare, conosco persone che nonostante tutto danno ancora un contributo vitale all’azienda, ma se penso che gente come Mauro possa rimanere davvero in servizio fino a 65 anni e gente come Michele debba fare il precario per altri dieci mi si ghiaccia il sangue. Dentro di me, spero di cuore che quelli come Mauro vadano tutti a casa al più presto per dare più opportunità a quelli come Michele. Non mi piace dirlo, ma solo così le cose potrebbero cambiare davvero.