Non guardarti l’ombelico, ecco perchè serve la Open Innovation

In azienda è molto comune, quasi naturale direi in certi casi, osservare e spiegare le cose a partire da ciò che avviene al proprio interno, con una scarsa e sempre secondaria visione di ciò che avviene fuori, nella mente e nella vita vera delle persone. Come diceva un mio vecchio manager: abbiamo lo sguardo rivolto al nostro ombelico. Così accadono episodi che hanno dell’incredibile nel rapporto con i clienti e nella progettazione di prodotti, servizi e campagne marketing.
Per evitare di fermarsi a guardare solo il proprio ombelico esiste oggi un grande strumento, la Open Innovation, fondamentale quando si vuole fare innovazione, soprattutto per non cadere in errori nella gestione di due elementi chiave da fronteggiare:

1 – L’incertezza, che si divide in:
a) Incertezza tecnica: riguarda la convenienza e la sostenibilità industriale e non solo di un prodotto;
b) Incertezza di mercato: riguarda l’impredicibilità del comportamento del consumatore, ovvero: adotteranno il prodotto?

2 – La gestione delle contraddizioni:
Spesso ci si trova a gestire situazioni apparentemente inconciliabili. Ad esempio, quando si deve allo stesso tempo fare piccoli aggiustamenti a prodotti già esistenti mentre si cerca di sviluppare prodotti sostitutivi completamente differenti. Questo può creare conflitti interni e rendere vano lo sforzo innovativo, specie se si crede che il nuovo vada a cannibalizzare il vecchio rendendo obsolete anche le persone che vi lavorano.

Uno dei modi più efficaci di ridurre i rischi è ottenere più informazioni dall’esterno dell’azienda, possibilmente da consumatori o potenziali tali. Semplicemente ascoltandoli, lasciandoli parlare, si sono raggiunti importanti risultati come la creazione dello Swiffer e molti altri casi di co-creazione non necessariamente legati al web. Importanti aziende hanno investito nella creazione di infrastrutture di dialogo, come KLM BlueLab, DesignByMe di Lego e Procter & Gamble Connect+Develop solo per citarne alcune.

Più in generale, l’idea di ottenere informazioni dall’esterno, di utilizzare conoscenze di altri soggetti anzichè fare tutto al proprio interno, ha preso il nome di Open Innovation. In questo modo l’azienda può fare innovazione in modo nuovo, innovando un prodotto a partire dall’intuizione di altri. Pensiamo ad una azienda con una vasta esperienza di produzione ma povera di idee. Può comprare idee da un’altra azienda che, viceversa, ha un prototipo ma non capacità produttiva. In questo modo, un’azienda può raccogliere innovazione, comprare innovazione per poi decidere anche di non utilizzarla direttamente, concedendola in licenza ad altri in modo da monetizzare l’investimento senza sopportare direttamente il rischio di mercato. Una nuova categoria di imprese si può diffondere, quelle specializzate in innovazione, la cui dimensione naturale è piccola, anzi artigianale direi. Gli artigiani digitali, appunto, che grazie a questi strumenti possono giocarsi una importante partita su larga scala.