Una panoramica di modelli per monetizzare il web (ancora su Eric Clemons)

Se il modello di business basato solo sull’advertising sul web non funziona, quali modelli alternativi per monetizzare la propria presenza in rete? Ce ne sono moltissimi, ma tutti generalmente riconducibili al fatto che, su internet, puoi fondamentalmente “vendere” tre tipologie di “cose”:

1 – Vendere cose reali
Come Amazon e tutti gli ecommerce di successo.

2 – Vendere cose virtuali
Sicuramente gli Internet Value Added Services. In generale per cose virtuali si possono intendere tre cose:

a) Contenuti e Info:
produci contenuti esclusivi e ti fai pagare per questo, o sotto forma di abbonamento oppure facendo pagare per ogni download. Anche la vendita di competenze può essere considerata un prodotto virtuale;

b) Esperienze e Partecipazione:
prendi ad esempio tutto il mondo del gaming online, dei MMORPG, del poker e del betting online, delle community che richiedono una fee di partecipazione come i servizi di dating, delle realtà virtuali, del distance learning;

c) Accessori per comunità virtuali:
qui rientra una categoria nuova di prodotti e servizi che servono per potenziare esperienze e partecipazione. Ad esempio, chi vende vestiti e offre servizi su second life, tutto il mercato delle applicazioni per iPhone, molte delle quali ormai a pagamento (già scaricate oltre 1 miliardo di applicazioni nel mondo…). Rientra in questa tipologia la vendita di temi per wordpress (o qualsiasi CMS) a pagamento come Theme Forest, la vendita di immagini di stock e di semilavorati grafici in generale, ad esempio tutte le attività della Envato. La sfida è oggi pensare quali accessori si possano immaginare per migliorare la fruizione di un servizio web, di un gioco o di un software.

3 – Vendere accesso ad un pubblico interessato

Qui ovviamente ricorrono le attività legate allo scambio di informazioni. In questa categoria ci possono essere 5 modelli di fondo:

1) Misdirection:
Riguarda i motori di ricerca ed ammetto che il termine è un pò forte. Si riferisce a quella pratica secondo cui, per far aumentare il prezzo di alcune parole chiave, la gestione del motore “incoraggia” la presenza nella stessa pagina del maggior numero di concorrenti possibile, visibili in posizioni privilegiate accanto al leader. In pratica è come se, per un certo periodo, si abbassasse il prezzo per certe categorie di messaggi, al fine di alzare il prezzo che i leader di mercato saranno disposti a pagare per non dare all’utente troppe “distrazioni” accanto ai primi risultati organici. Questo tipo di misdirection si basa molto su scelte di design in grado di generare confusione, specialmente agli occhi di utenti poco esperti e, pur non essendo a mio avviso eccessivamente scorretta, è in effetti un pò subdola per i consumatori e per le aziende.

2) Servizi di raccomandazione:
Raccolgono opinioni, provano, dando un giudizio di merito su prodotti e servizi influenzando l’opinione di potenziali consumatori. Esempio: Ratebeer. Ovviamente ce ne sono diverse migliaia.

3) Social Search:
Questo non è ancora diffuso. Funziona così: voglio andare a Londra e voglio che il motore di ricerca mi evidenzi gli hotel in cui i miei contatti su twitter o su facebook sono stati. Non è facile da realizzare ed ancor meno da monetizzare, dal momento che posso ottenere la risposta chiedendolo direttamente a loro tramite gli stessi strumenti. Anche se, se chiedessi direttamente dovrei aspettare le risposte, potrebbe non essere così immediato. E poi, se non volessi far sapere quello che ho intenzione di fare? Con l’acquisizione di Twitter su Google e con Facebook Connect questo scenario sicuramente è molto vicino ormai, potendo ottenere che google vada a pescare risultati tra i feed dei miei amici (una volta che mi sono loggato tramite Connect).

4) Contextual (mobile) Ads:
Messaggi di testo basati sulla localizzazione del cliente e sulla sua attività su Twitter. Ad esempio, mi trovo a Milano e scrivo su Twitter che ho fame e sto vagando come un disperato. Il Contextual Ad Server legge dal mio cellulare dove mi trovo, associa il fatto che ho dichiarato di avere fame, e mi invia sul cellulare un sms con offerte di ristoranti in zona. Un servizio di messaggistica contestuale potrebbe guadagnare dalla vendita di parole chiave a piccoli negozi, esercizi commerciali di vicinato, rendendo possibili servizi anche su base locale. Ma qui c’è evidentemente un gap di conoscenza difficile da colmare al momento, almeno in Italia.

5) Servizi di piattaforma: ad esempio prendi Ebay, non vende direttamente ma fornisce una piattaforma attraverso cui domanda e offerta si incontrano e concludono affari. Un altro esempio di piattaforma è Salesforce, oppure tutti i siti che aggregano free-lance mettendo a disposizione virtual rooms per le riunioni o tools di project management, oppure i servizi di teleconference o web conference. Si vende l’accesso a delle risorse, localizzate in una applicazione o in una “nuvola” di applicazioni tra loro correlate.

Conclusione

Probabilmente la vendita di cose virtuali è la migliore opportunità che c’è per monetizzare il web. Sempre più il pubblico si sta dimostrando disposto a pagare per prodotti, servizi, accessori ed esperienze realmente superiori. Pensa ad esempio ad un aggregatore eccezionale di contenuti come Emerald, magari reso disponibile a molti attraverso un abbonamento dal costo “umano”. Oppure al boom di applicazioni per social networks vendute dalla Tencent in Cina (o da AppStore in occidente). Pensa a quanto si potrebbe fare vendendo gadget elettronici in grado di migliorare la produttività a lavoro. La storia di questi anni ci dice che le realtà vincenti sono quelle che puntano proprio sulla vendita di qualcosa, piuttosto che sulla mera pubblicità.