“Continuità Competitiva” o “Impresa 2.0”?

il nocciolo del problema

Venerdì scorso, 22 giugno, ho partecipato al convegno organizzato dall’APCO sul tema della continuità competitiva nell’impresa familiare. Ma cosa si intende per continuità competitiva? Fino ad oggi il passaggio generazionale rappresentava nella migliore delle ipotesi una mera suddivisione economico/giuridica del patrimonio dell’impresa agli eredi. Passaggio gestito dal commercialista o dall’avvocato di famiglia. Oggi, il processo si fa più difficile per i seguenti motivi:

  • Al tema della continuità di gestione tra vecchie e nuove generazioni si aggiunge in moltissimi casi un tema di riposizionamento strategico dell’impresa stessa;
  • La gestione dei rapporti si fa sempre più conflittuale, non sempre i componenti “meglio dotati” rimangono in azienda;
  • La globalizzazione tende ad enfatizzare delle competenze di tipo internazionale che non sempre si possono acquisire nell’impresa di famiglia, ecc.
  • Questo quadro, unito al fatto che ben oltre il 60% delle pmi italiane si trova ad affrontare il passaggio generazionale,evidenzia quanto in realtà la questione della continuità d’impresa sia centrale per la stessa competitività del sistema Paese. Partendo da queste considerazioni di fondo, ecco alcuni i concetti che mi porterò a casa da questo convegno.

    1) Il nocciolo del problema sta nella risoluzione del trade off tra protezione e rischio. Famiglia infatti vuol dire protezione, impresa vuol dire rischio. Come si concilia la ricerca di risultati con il senso di protezione che il padre ha verso il figlio? Che fa licenzia il figlio se non dimostra di essere all’altezza? Per mediare tra queste forze opposte e raggiungere un compromesso vincente occorrono competenze manageriali e di risoluzione dei conflitti che spesso il commercialista, tradizionale uomo di fiducia dell’imprenditore, non ha. Passaggio generazionale è dunque gestione di conflitti. Come ogni organizzazione, anche l’impresa ha il proprio ciclo di vita, serve quindi qualcuno in grado di accompagnarla nei “cambi di stato”, dalla crescita all’espansione, alla maturità, cercando di evitarne possibilmente il declino.

    2) Altro tema chiave è la comprensione, da parte dell’imprenditore e di tutta la famiglia, che il capitale investito nell’impresa non è di loro proprietà. Mi rendo conto che questo è un concetto un pò forte ma lo spiego meglio. Bisogna capire che i membri alla guida dell’azienda di famiglia sono i custodi del capitale investito, ed il loro compito finale non è quello di usarlo per fini personalistici o di prosciugarlo acquistando Ferrari e ville al mare, ma di tramandarlo alle generazioni future. Ci vuole un’ottica della continuità, un voler costruire qualcosa che duri nel tempo.

    3) La formazione, sia dei giovani che soprattutto degli anziani, gioca un ruolo determinante. Riguardo ai giovani mi sembra importante sottolineare che è necessario un periodo fuori dall’impresa di famiglia. Respirare l’aria dell’impresa fin da piccoli è un bene, ma bisogna anche fare altre esperienze, arricchirsi all’estero, magari in altre aziende, per farsi le ossa in un contesto in cui non sei il figlio di papà. In questo modo il giovane, una volta ritornato nell’azienda di famiglia, potrà non solo apportare nuovi metodi, nuove mentalità, ma avrà più consapevolezza delle proprie capacità, sarà un leader più credibile, per tutti.

    Quindi serve più organizzazione interna, ma senza rinunciare alla dimensione umana e artigianale. Una “artigianalità organizzata”, capace di dire la sua anche fuori dall’Italia. Da ultimo la chicca di Alberto Galgano, fondatore del Galgano Group, che cita Newton dicendo: “Se ho visto così lontano, è perchè sono montato sulle spalle dei giganti”… ovvero alla base del successo sta la capacità di vedere oltre i tradizionali orizzonti, osservando i giganti e montando sulle loro spalle….

    Infine, un ultimo commento. A mio modesto avviso, il termine “Continuità Competitiva” assomiglia alla riproposizione in “burocratese” o “professionalese” di concetti accostabili a termini come “Impresa re-loaded” o “Impresa 2.0”. Perchè allora non provare ad avvicinare le due visioni, magari parlandone insieme? In fondo, forse, giovani ed anziani (vista l’età media decisamente altina dei partecipanti a questo convegno) stanno parlando della stessa cosa, ovviamente con due linguaggi diversi, come sempre.

    Comunque io preferisco “Impresa 2.0”. Rende meglio l’idea di un cambio di marcia, e poi… meglio cambiare, nè.