Due numeri su e-commerce e abbigliamento in Italia

Secondo Osservatori.net del MIP le vendite online di abbigliamento hanno segnato un aumento del 40% (periodo 2006 verso 2005). Oltre settecentomila ordini evasi, scontrino medio pari a 175 euro. Nonostante l’aumento però il volume degli scambi è ancora pari a circa un decimo di punto percentuale del totale. In altri paesi il valore dell’e-commerce è pari a qualche punto pecentuale del totale. Il settore è inoltre molto concentrato: Yoox da solo ha una quota del 60%, i primi 5 operatori hanno una quota dell’80%. Gli altri top five sono Kappastore, Glamonweb, Oliviero.it e Tie Break.

L’esiguità del mercato e-commerce in Italia è risultato anche dell’assenza di grandi marchi della GDO (Rinascente, Coin, Oviesse, Upim, ecc.) che forse per timore di generare conflitti di canale hanno fin qui evitato di investire nel settore privilegiando i punti vendita fisici. Discorso analogo anche per le grandi griffes (Armani, Prada, ecc.), che cominciano ad investire in e-commerce B2C solo all’estero ma non in Italia, vedi Armani con Armani Exchange in USA. D’altronde la strategia di puntare all’e-commerce solo per l’estero è avvalorata dal fatto che circa i due terzi delle vendite on-line di abbigliamento è destinato a USA, Giappone e resto d’Europa. Tra i fattori limitanti in Italia, oltre al conflitto di canale con i retailer tradizionali, punto in alcuni mercati molto critico da affrontare, c’è lo scarso livello di utilizzo delle carte di credito o prepagate. Infatti, dal rapporto e-Family 2007 di Confindustria, se è vero che 6 famiglie su 10 sono ormai digitali, che circa il 39% degli italiani ha ormai confidenza con web ed e-mail, è vero anche che di questo 39% solo il 18% acquista in rete, pari a circa 3 milioni di italiani. Di questi 2 milioni lo fanno grazie a Bancoposta e solo 1 milione circa utilizzando una carta di credito tradizionale.