Il “Piccolo è bello” è finito? o forse no?

Mi capita spesso di ascoltare in TV, sui giornali, al lavoro, opinioni che inseriscono tra le cause del declino italiano la presenza di tante piccole imprese. Il “piccolo è bello è finito”, ci vogliono campioni nazionali, campioni europei, bisogna crescere, le dimensioni medie delle aziende italiane devono aumentare per competere in un mondo globalizzato, e via così.

Poi mi faccio un giro sul web e scopro che tra i blog esteri, americani, c’è un crescente interesse per le pmi. Seth Godin scrive un bel libro dal titolo “Small is the new big” in cui dice: “being big is no longer an advantage, so act small if you want to be big; with instant communication, lies get exposed faster than ever; consumers are more powerful than ever; and Aretha Franklin is correct: respect is the secret to success with people.

Anche Brandcurve osserva: “The media options have grown (mainly due to the internet and democratization of content), the cost has decreases significantly, and more smaller businesses are interested in communicating with their consumers. You see? A big change for small businesses.”

A sentire Seth Godin sempre meno le dimensioni aziendali sono un vantaggio competitivo. Essere una pmi significa essere agili, muoversi velocemente e la velocità è tutto. Se poi riesce a comunicare con efficacia direttamente al consumatore finale è proprio il massimo.

In Italia l’unico a dire qualcosa del genere è il prof. Costa dell’Univeristà di Padova, che centra perfettamente le cause dell’attuale sofferenza delle pmi italiane: “oggi in Italia il piccolo è bello non funziona non perchè bisogna per forza essere grandi dimensionalmente, ma perchè manca un metodo di organizzazione e gestione moderno, basato sul merito, su alleanze strategiche e su competenze manageriali adatte a fronteggiare la maggiore complessità dei mercati moderni…”. Parole sacrosante.

Quindi noi che siamo stati i pionieri dei distretti e delle pmi adesso che siamo in difficoltà ci rifacciamo al modello multinazionale anni ’80. Gli americani che sono stati i pionieri del modello multinazionale anni 80 adesso si rifanno al modello “distretti di pmi”. In fondo la Silicon Valley, il London District per le comunicazioni, Barcellona per la creatività ed il design, Bangalore per l’hi-tech non sono forse moderni distretti di giovani pmi?

Torno in azienda e vedo consulenti americani (ex grandi manager di multinazionali americane) farsi dare un sacco di soldi per impiantare processi e mentalità vecchie di 20 anni. L’hanno fatto per tutta la vita e adesso che in patria non li ascolta più nessuno vengono a svernare qui, come i grandi giocatori della NBA a fine carriera. Li guardo e mi fermo a pensare: i consulenti americani che ho visto io hanno tutti settant’anni, chiamati da manager italiani sessantenni che fanno parte di board dove il più giovane ha cinquantacinque anni. Anche chi ne scrive sui giornali ha più o meno la stessa età, tranne qualcuno.

Allora mi domando: ma per una volta che avevamo un modello imitato e studiato da tutti, perchè non aggiornare quello anzichè rincorrere un modello già vecchio, che il mondo sta abbandonando e che non ci appartiene culturalmente? Possibile che dobbiamo stare sempre almeno vent’anni indietro?

PS: Anche il prof. Costa ha una certa età, ma sembra Seth Godin, non sarebbe meglio chiamare lui come consulente anzichè affidarsi a relitti del post-fordismo?